Claude Code, Codex, Antigravity: il vibe coding senza hype
Cosa cambia davvero quando il tuo compito non è più scrivere codice riga per riga, ma decidere cosa deve fare l'agente che lo scrive per te — e perché il problema non è mai stato nel prompt
Non sono un programmatore. Ho un’infarinatura di Javascript, giusto quella che serve per seguire la logica di un problema quando serve, ma le mie giornate non sono mai state fatte di righe di codice scritte a mano. Eppure negli ultimi mesi ho costruito, insieme a un agente AI, una serie di strumenti interni per Giornale Radio che prima avrei dovuto commissionare a qualcun altro o lasciar perdere del tutto. Quando MusicRadar ha scritto di ChatDSP e Amorph, i due tool che promettono di trasformare un prompt in un plugin audio funzionante, la domanda che circolava tra i colleghi era la solita: democratizzazione reale o hype travestito da progresso? Prima di rispondere per il caso specifico dell’audio, vale la pena capire cosa sia oggi il vibe coding, perché il campo si è mosso molto più in fretta di quanto la parola stessa lasci intuire.
Cosa significa davvero “vibe coding”
Il termine viene usato in modo talmente largo da aver perso precisione, e questo è il primo problema da risolvere. Non si tratta di autocompletamento assistito, quello che per anni abbiamo conosciuto come suggerimento intelligente mentre scrivi una riga. Il vibe coding è un’altra cosa: si delega a un agente l’intero ciclo scrivi, testa, correggi, tramite linguaggio naturale, e l’agente lavora in autonomia su più iterazioni prima di tornare da te con un risultato verificato. Tu non scrivi la sintassi: descrivi cosa vuoi ottenere, l’agente scrive il codice, lo esegue, legge l’errore se c’è, lo corregge, e ripete il ciclo finché il risultato non passa i suoi stessi test. Con l’autocompletamento il controllo riga per riga resta tuo. Qui lo cedi a un processo che lavora da solo e torna da te quando ha già verificato che il risultato funzioni.
Come lavorano Claude Code, Codex e Antigravity
Claude Code nasce da terminale, integrato nel flusso di sviluppo che già usi, ma da tempo esiste anche una versione desktop con sessioni multiple in parallelo, editor e terminale integrati, e un browser incorporato che verifica da solo le modifiche fatte. In entrambe le forme resta pensato per chi vuole controllo granulare: vedi ogni modifica proposta prima che venga applicata, puoi intervenire riga per riga se serve, l’agente si inserisce nel tuo ambiente invece di sostituirlo. È l’approccio più vicino a un collega tecnico che lavora accanto a te, non al posto tuo.
OpenAI Codex parte da un obiettivo più circoscritto, scrivere codice, e negli ultimi mesi si è allargato fino a diventare un agente pensato per portare a termine lavoro su tutta la macchina, non solo dentro un repository. Il modello che lo alimenta è cambiato più volte nel giro di pochi mesi: GPT-5.3-Codex, a inizio anno, ha segnato il salto a un agente capace di programmare, testare e correggersi da solo su compiti lunghi; da giugno quella versione è stata pensionata a favore di GPT-5.5, oggi il modello di riferimento. Resta disponibile da app, riga di comando, IDE e web: la logica è la stessa di Claude Code, ma il perimetro di azione si è allargato oltre il solo repository di codice.
Google Antigravity, sviluppato dal team che arriva da Windsurf, ha una premessa diversa: è una piattaforma agent-first che pianifica un intero progetto, lo esegue e lo verifica da sola, aprendo perfino un browser di test per controllare che il risultato funzioni davvero. Tu non scrivi riga per riga, approvi le tappe. È il punto più avanzato della delega, e anche quello che richiede più fiducia nel processo prima di vedere il risultato finale.
Sono gradi diversi di autonomia concessa alla macchina, e nessuno dei tre strumenti è oggettivamente il migliore: dipende da quanto controllo vuoi mantenere lungo il percorso, non solo sul risultato.
Il livello applicativo: quando il prompt diventa un plugin
ChatDSP di Dillon Bastan, costruito su Max for Live, e Amorph di Artists in DSP, gratuito e disponibile in VST3 e AU, applicano lo stesso principio a un dominio molto più stretto: quello da cui è partito questo articolo. Generare plugin audio senza dover padroneggiare la teoria del segnale, filtri, oscillatori, inviluppi, né saperla scrivere in C++, il linguaggio con cui per decenni si sono costruiti i plugin VST e AU per garantire prestazioni stabili in tempo reale. A questi si aggiunge Pluginmaker.ai, che spinge ancora più in là l’idea di un’interfaccia conversazionale come unico punto di accesso alla scrittura di un plugin.
Il principio è lo stesso di Claude Code o Antigravity, applicato a un dominio verticale: descrivi il comportamento sonoro che vuoi, il prompt viene girato a un modello linguistico, lo stesso genere di agente dietro Claude o ChatGPT, che scrive il codice. Il plugin lo compila, lo esegue, e il ciclo riparte finché il risultato non si avvicina a quello che hai descritto. La domanda di MusicRadar, se questo sia democratizzazione reale o solo hype, ha una risposta più articolata di un sì o di un no, ed è la stessa risposta che vale per l’intero campo del vibe coding, non solo per l’audio.
L’obiezione dei colleghi, e perché è solo mezza ragione
Tra i tecnici che conosco l’obiezione più ricorrente è sempre la stessa: chi non sa programmare, come fa a mantenere e sviluppare nel tempo un software nato da un prompt? È un’obiezione legittima, e la capisco bene: un plugin che funziona oggi ma che nessuno sa spiegare né correggere tra sei mesi è un debito tecnico travestito da comodità. Ma è anche un’obiezione parziale, perché parte da un presupposto sbagliato: che il codice generato resti una scatola nera indecifrabile per chi lo ha commissionato tramite prompt. Non è così. Un agente come Claude Code ti mostra ogni modifica che propone, e leggerla, anche senza saperla scrivere da zero, è già un primo livello di manutenibilità. Il problema si sposta, non sparisce: da chi sa scrivere il codice a chi sa leggerlo, verificarlo e correggere quello che l’agente ha scritto.
“Chiunque può farlo” è la frase sbagliata
L’altro estremo, quello dell’hype, dice che con il vibe coding chiunque può costruire software senza competenze. È impreciso, e lo dico da chi lo usa ogni settimana. Serve comunque una forma mentis logica per indirizzare l’agente. Vuol dire scomporre un problema in passaggi verificabili, e soprattutto riconoscere quando un risultato è quasi giusto ma non ancora corretto, così da formulare la correzione successiva in modo che l’agente capisca esattamente cosa manca. Non serve conoscere la sintassi di un linguaggio, ma pensare come chi quella sintassi l’ha dovuta imparare almeno una volta — è una competenza diversa da quella di un programmatore tradizionale, non una versione ridotta.
Quello che ho costruito, e quanto tempo ci è voluto davvero
Con Claude ho realizzato negli ultimi mesi una serie di strumenti interni per Giornale Radio: piccole applicazioni che risolvono problemi operativi specifici, nate tutte da conversazioni in linguaggio naturale invece che da righe di codice scritte a mano. Se qualcuno si aspetta che io racconti la storia di un prompt fortunato e di un tool pronto in cinque minuti, lo deludo subito: non è mai andata così. Ogni strumento che uso davvero oggi ha richiesto un lavoro lungo e certosino: ho rivisto tutto più volte, reso i prompt via via più precisi, corretto la rotta ogni volta che il risultato si avvicinava ma non centrava esattamente quello che serviva. Non ho scritto una riga di codice, ma ho passato ore a guardare cosa non funzionava e a spiegare, con parole sempre più precise, cosa dovesse succedere invece. Quando lo strumento finale funziona, lo uso senza remore, esattamente come userei un software scritto da un programmatore in carne e ossa. Il problema non è mai stato nell’usare qualcosa di vibe-coded. Il problema, se c’è, sta tutto nella fase di realizzazione, e quella richiede pazienza, oltre a un minimo di competenza per sapere cosa chiedere e come correggere la rotta quando la risposta dell’agente prende una direzione sbagliata.
Il vero collo di bottiglia
L’obiezione dei colleghi e l’hype, in fondo, nascono dallo stesso equivoco. Il mito da smontare non è se il vibe coding funzioni o no: è l’aspettativa che basti un prompt per ottenere esattamente quello che si voleva, al primo colpo. È questa la parte sbagliata del racconto che circola, non il resto. Il collo di bottiglia non è nell’usare il tool finito, che una volta pronto funziona come qualunque altro software. Sta nella fase di realizzazione, in quel tratto di lavoro fatto di iterazioni che nessuna demo promozionale mostra mai, perché non è spettacolare da vedere quanto lo è il risultato finito.
Se questo è vero per un tool interno di redazione, vale altrettanto per un plugin audio generato da ChatDSP o Amorph: il primo risultato raramente è quello definitivo, ed è nel lavoro di rifinitura successivo che si gioca la differenza tra un giocattolo interessante e uno strumento che entra davvero nel proprio workflow.
Dove si sposta il valore tecnico
La previsione che mi sento di fare, guardando come lavoro oggi rispetto a un anno fa, è che il valore del lavoro tecnico si sta spostando dallo scrivere codice al verificare e correggere chi lo scrive al posto tuo. La competenza tecnica non sparisce: cambia forma, e conta più il giudizio che la sintassi. Chi ha già l’abitudine di scomporre un problema e verificare il risultato, che si tratti di un fonico che regola una catena di elaborazione o di un programmatore che scrive C++, parte avvantaggiato in questo passaggio. Chi invece si aspetta che basti un prompt per saltare del tutto quella fase, resterà deluso tanto quanto chi liquida l’intero campo come inaffidabile senza averci mai lavorato davvero.
Rumore di fondo
Ogni volta che qualcuno mi mostra uno strumento nato da un prompt, la prima domanda che mi faccio non è se funziona, ma quante iterazioni ci sono volute per arrivarci. È lì che si vede la differenza tra chi lo strumento lo ha davvero lavorato e chi ha solo avuto la fortuna di uno screenshot ben riuscito al primo tentativo.
Chi di voi ha ottenuto un tool vibe-coded funzionante al primo prompt, senza il lavoro di revisione di cui parlo qui?
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Fonti
MusicRadar, sui tool di vibe coding che trasformano un prompt in plugin audio: AI prompt plugins — https://www.musicradar.com/music-tech/ai-prompt-plugins
OpenAI, sull’aggiornamento a GPT-5.3-Codex: Introducing GPT-5.3-Codex — https://openai.com/index/introducing-gpt-5-3-codex/
Google Cloud, guida introduttiva al vibe coding: What is vibe coding — https://cloud.google.com/discover/what-is-vibe-coding



